Il conflitto Iran-USA-Israele visto attraverso il metodo APPO: aspirazione, problema, progetto, opportunità
«Le guerre cominciano nelle menti degli uomini, ed è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace.» — Preambolo della Costituzione dell’UNESCO, 1945
Il 5 marzo 2026 entrerà nei libri di storia. Non per le ragioni giuste, non perché quel giorno l’umanità abbia compiuto un passo in avanti verso la pace, ma perché in poche ore il Medio Oriente è precipitato in un vortice di fuoco che rischia di trascinare con sé l’intera civiltà contemporanea. Raid israeliani su Teheran. Esplosioni in Qatar e in Bahrein. Missili balistici intercettati sopra Tel Aviv. Oltre cento morti e seicento feriti a Beirut. La televisione di Stato iraniana che annuncia il colpo a una portaerei americana nel Golfo. Mille navi bloccate nello stretto di Hormuz per un valore di venticinque miliardi di dollari. L’ambasciata italiana evacuata da Teheran con cinquanta connazionali trasferiti a Baku. E Donald Trump che, in una telefonata alla Reuters, dichiara di sostenere un’offensiva curda contro l’Iran, mentre si pronuncia sul futuro successore di Khamenei come se stesse scegliendo un dirigente aziendale.
Non è fantascienza. È la cronaca di un mercoledì qualunque di inizio primavera.
In questo scenario, chi pensa, chi analizza, chi non si lascia travolgere dall’onda emotiva della propaganda bellicista, ha il dovere civile e morale di alzare la voce. Questo articolo è per chi vuole capire, non solo assistere. Per chi crede che il ragionamento umano — critico, libero, comunitario — sia l’unica vera difesa della nostra specie contro la barbarie.
Aspirazione: il sogno ostinato di un mondo che ragiona
«Non ho mai incontrato un uomo così ignorante dal quale non potessi imparare qualcosa.» — Galileo Galilei
Ogni essere umano porta dentro di sé, anche quando è sepolto sotto strati di paura e disinformazione, un desiderio elementare: vivere in pace. Non la pace intesa come assenza di conflitto a qualunque costo, ma la pace come frutto di una giustizia costruita con pazienza, dialogo e rispetto reciproco. Questa non è utopia: è la premessa fondante di ogni costituzione democratica, di ogni trattato internazionale, di ogni dichiarazione dei diritti mai scritta dall’uomo.
L’aspirazione che muove queste pagine è semplice e radicale allo stesso tempo: che gli esseri umani smettano di delegare le decisioni che riguardano la vita e la morte — la propria e quella degli altri — a macchine militari, a calcoli elettorali, a interessi petroliferi e a leader politici che si sentono autorizzati a ridisegnare i confini del mondo come se si trattasse di una partita a scacchi.
«La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi», scriveva Carl von Clausewitz nel XIX secolo. Ma questa affermazione, spesso citata come giustificazione, nasconde una verità più inquietante: se la guerra è politica, allora la politica può diventare guerra. E quando la politica smette di essere lo spazio del ragionamento collettivo per diventare lo strumento della sopraffazione, è la civiltà intera a soccombere.
Aspiriamo a una comunità di persone pensanti che non lasci ai soli potenti il monopolio delle decisioni che riguardano il pianeta. Aspiriamo a un’informazione che non si limiti a raccontare le esplosioni, ma che aiuti a comprenderne le cause, i moventi, le alternative possibili.
Il problema: quando i cannoni parlano e la ragione tace
«In guerra, la prima vittima è la verità.» — Eschilo, V secolo a.C.
Il problema non è soltanto la guerra in sé. Il problema è la struttura di pensiero che la rende possibile, accettabile, persino inevitabile agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
Guardiamo i fatti di questo 5 marzo 2026 con occhi sgombri dalla narrativa ufficiale. Israele ha annunciato — per bocca del suo Capo di Stato maggiore Eyal Zamir — di aver distrutto l’ottanta per cento dei sistemi di difesa aerea iraniani e il sessanta per cento dei lanciatori di missili balistici in meno di ventiquattr’ore, vantandosi di aver «spianato la strada per Teheran». L’Iran ha risposto dichiarandosi pronto a colpire le truppe americane sul campo, mentre la sua televisione di Stato annunciava il colpo alla portaerei USS Abraham Lincoln. Gli Stati Uniti hanno sospeso l’attività della propria ambasciata in Kuwait. Parigi ha dovuto far rientrare un volo di rimpatrio a causa del lancio di missili nella regione.
In tutto questo, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha avuto l’onestà intellettuale — rara in questi tempi di opportunismo geopolitico — di dichiarare che gli attacchi americani erano avvenuti «fuori dal diritto internazionale». Elly Schlein ha chiesto al governo italiano di rifiutare l’uso delle basi militari sul territorio nazionale, sostenendo che ciò sarebbe «contro la Costituzione». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto con l’ambiguità diplomatica che caratterizza chi non vuole scontentare nessuno: «Ci atteniamo agli accordi bilaterali».
Ma il problema più profondo non è questa o quella dichiarazione politica. Il problema è sistemico. Come ha lucidamente analizzato Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, questa crisi rappresenta «il definitivo superamento delle linee rosse che per quasi cinquant’anni avevano impedito uno scontro diretto» tra le potenze in campo. Stiamo assistendo a un tentativo esplicito di cambio di regime a Teheran, con tutte le conseguenze imprevedibili che questo comporta.
E chi ne trae vantaggio? Paradossalmente, tra i grandi beneficiari vi è la Russia: il conflitto medio-orientale distrae l’attenzione e le risorse militari occidentali dall’Ucraina, permette a Mosca di vendere petrolio a prezzi più alti verso l’Asia, e offre a Putin l’argomento retorico per sostenere che le accuse occidentali sul diritto internazionale sono selettive e ipocrite.
Il secondo problema, altrettanto grave, è la dimensione economica globale. Mille navi bloccate a Hormuz, petroliere colpite, infrastrutture energetiche in fiamme nel Bahrein. La Casa Bianca è già in allarme per i rincari della benzina. I mercati energetici tremano. E a pagarne il prezzo, come sempre, saranno i cittadini comuni: quelli che non decidono le guerre, ma le subiscono sotto forma di bollette più salate, inflazione, povertà.
«Le guerre non si fanno per il bene dei poveri o per la difesa dei deboli, ma per il profitto dei forti.» — Bertrand Russell
Il progetto: costruire una comunità pensante che non delega
«La libertà non è mai concessa volontariamente dall’oppressore; dev’essere conquistata dall’oppresso.» — Martin Luther King Jr.
Di fronte a uno scenario così complesso e pericoloso, qual è il progetto concreto che possiamo proporre? Non si tratta di ingenuità pacifista o di rassegnazione fatalista. Si tratta di un metodo rigoroso di analisi, condivisione e azione civile.
Il primo pilastro del progetto è l’informazione critica e verificata. In un’epoca in cui la televisione di Stato iraniana annuncia colpi a portaerei americane e i comunicati militari israeliani parlano di «superiorità aerea pressoché totale», il cittadino informato ha il dovere di non assumere acriticamente nessuna fonte come assoluta. Ogni dichiarazione bellica va contestualizzata, verificata, confrontata con fonti indipendenti. La propaganda è l’arma più potente in tempo di guerra, e si combatte soltanto con il pensiero critico.
Il secondo pilastro è la costruzione di comunità. Non comunità digitali effimere, non echo chamber di like e condivisioni, ma spazi di riflessione condivisa dove si ragiona insieme sui grandi temi del nostro tempo: la geopolitica, l’energia, il diritto internazionale, i diritti umani. Spazi dove ci si abitua a dire «non so» prima di arrivare a «ho capito». Spazi dove la complessità non spaventa, ma affascina.
Il terzo pilastro è la partecipazione democratica. Le decisioni sull’uso delle basi militari italiane, sulla partecipazione dell’Italia a coalizioni belliche, sulle forniture di armi a paesi in guerra non possono essere prese nei palazzi del potere senza un dibattito pubblico informato e approfondito. La Costituzione italiana è esplicita: l’Italia ripudia la guerra. Questo non significa che l’Italia debba rimanere indifferente di fronte alle aggressioni e alle violazioni dei diritti umani, ma significa che ogni scelta deve essere trasparente, motivata e sottoposta al giudizio critico dei cittadini.
Il quarto pilastro è la tutela delle risorse fondamentali del pianeta. Ogni conflitto ha conseguenze ambientali devastanti: una petroliera colpita al largo del Kuwait che riversa greggio in mare non è soltanto un dato di cronaca, è una ferita inferta all’ecosistema del Golfo Persico che durerà decenni. Ogni bomba sganciata su un’area urbana inquina il suolo, l’acqua, l’aria. La guerra è sempre, prima di tutto, un crimine contro la natura.
«Siamo la prima generazione a sentire gli effetti del cambiamento climatico e l’ultima che può fare qualcosa per fermarlo.» — Barack Obama
Ma questo vale anche per le guerre: siamo ancora in tempo per costruire istituzioni internazionali capaci di prevenirle, se decidiamo di farlo insieme.
L’opportunità: trasformare la crisi in coscienza
«Non si può insegnare qualcosa a un uomo; lo si può solo aiutare a scoprirla dentro di sé.» — Galileo Galilei
Ogni crisi porta con sé, nella sua drammaticità, anche un’opportunità. Non quella cinica degli speculatori che scommettono sul prezzo del petrolio mentre le bombe cadono, ma quella più profonda e duratura della presa di coscienza collettiva.
La guerra Iran-USA-Israele, con tutto il suo carico di orrore e distruzione, ci ricorda alcune verità fondamentali che tendiamo a dimenticare nei periodi di pace apparente.
Prima verità: il diritto internazionale non è un optional. Quando Crosetto afferma che gli attacchi americani sono avvenuti «fuori dal diritto internazionale», non sta facendo una critica antiamericana: sta richiamando il principio elementare per cui nessuna potenza, per quanto grande, può arrogarsi il diritto di attaccare militarmente un altro Stato sovrano senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Se questo principio cede, cede la diga che ha tenuto lontano un conflitto mondiale generalizzato per ottant’anni.
Seconda verità: l’interdipendenza globale è irreversibile. Mille navi bloccate a Hormuz significano benzina più cara a Roma, meno energia per le famiglie tedesche, imprese italiane che non ricevono materie prime, catene produttive che si inceppano in tutto il mondo. Non esiste più la possibilità di isolarsi da un conflitto che avviene dall’altra parte del pianeta. Siamo tutti interconnessi, e questa interconnessione può essere una vulnerabilità o una risorsa, a seconda di come la gestiamo.
Terza verità: le decisioni appartengono ai cittadini. Trump può decidere di sostenere un’offensiva curda contro l’Iran mentre è al telefono con un’agenzia di stampa. Netanyahu può chiedere — come riportano le notizie — una grazia dal presidente israeliano Herzog. Meloni può «attenersi agli accordi bilaterali» senza spiegare al Parlamento cosa questo significhi concretamente. Ma questi leader esercitano un potere che proviene dai cittadini, e i cittadini hanno il diritto e il dovere di pretendere trasparenza, motivazione e rispetto delle norme costituzionali.
L’opportunità, dunque, è questa: usare la crisi per risvegliare la coscienza civica, per tornare a essere cittadini attivi e non spettatori passivi di uno spettacolo bellico trasmesso in diretta sugli schermi di tutto il mondo.
«Il più grande pericolo per la nostra futura umanità non è nello spazio, è nelle nostre teste.» — Konrad Lorenz
Le regole fondamentali per la sopravvivenza del genere umano
Esiste un corpus di principi che la saggezza umana ha elaborato nel corso dei secoli, spesso a prezzo di enormi sacrifici, e che rappresenta il nostro patrimonio più prezioso. Eccone alcuni, che questo conflitto ci invita a ricordare con urgenza:
La pace non si costruisce con le armi, ma con la giustizia. Ogni accordo imposto dalla forza porta in sé il seme della guerra futura. La storia del Medio Oriente degli ultimi cent’anni ne è la prova più eloquente.
La sovranità degli Stati non è negoziabile unilateralmente. Nessun paese, per quanto potente, può rivendicare il diritto di scegliere i leader di un altro Stato sovrano. Quando Trump dichiara che il figlio di Khamenei «non è accettabile» e che vuole essere «coinvolto nella nomina» del prossimo leader iraniano, viola un principio fondamentale del diritto internazionale.
Le risorse naturali del pianeta appartengono all’umanità intera. Il petrolio dello Stretto di Hormuz, i mari del Golfo Persico, i cieli del Libano non sono proprietà esclusiva di nessuna potenza. Trattarli come pedine di uno scacchiere geopolitico significa ipotecare il futuro di tutti.
La vita umana è sacra e indivisibile. I cento morti di Beirut, i feriti, i civili evacuati da Teheran, i marinai della Abraham Lincoln, i militari kuwaitiani uccisi dagli attacchi di rappresaglia: ogni vita persa è una perdita irreversibile per tutta l’umanità. Non esistono morti di serie A e morti di serie B.
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Mentre scriviamo queste righe, le sirene suonano ancora a Tel Aviv, le fiamme non si sono spente nel Bahrein, e cinquanta italiani cercano rifugio a Baku lontano da Teheran in guerra. Il mondo non aspetta che noi finiamo di ragionare. Ma è proprio per questo che dobbiamo continuare a farlo, senza sosta, senza paura, insieme.
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