Ricordando Giulia Cecchettin e tutte le donne vittime di femminicidio, con un appello alla comunità che non delega alle macchine né ai politici la difesa della vita umana
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“Non si nasce donna: lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’immagine che la donna assume in seno alla società.”
— Simone de Beauvoir, Il secondo sesso (1949)
Il 18 novembre 2023, Giulia Cecchettin aveva 22 anni, una tesi di laurea quasi pronta, un sorriso nelle fotografie che i giornali hanno usato centinaia di volte e un ex fidanzato che non riusciva ad accettare la parola “fine”. Giulia è morta. E con lei, in quello stesso anno, sono morte in Italia almeno altre centoundici donne per mano di chi diceva di amarle.
L’8 marzo torna ogni anno. Torna con i suoi fiori gialli, le sue mimose, i discorsi nelle piazze, i brindisi. Torna anche con il peso di quei nomi che non dovremmo dimenticare mai. Questo articolo non vuole celebrare. Vuole ricordare. Vuole ragionare. Vuole agire.
Lo fa attraverso il metodo APPO — Aspirazione, Problema, Progetto, Opportunità — perché il pensiero sistematico è l’antidoto più potente che abbiamo contro la violenza che si nutre di caos, silenzio e delega. Nessuna macchina penserà per noi. Nessun politico ci salverà se noi stessi non decidiamo di essere una comunità pensante.
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A — Aspirazione: il mondo che possiamo costruire
“Il mondo non è pericoloso a causa di coloro che fanno del male, ma a causa di coloro che guardano senza fare niente.”
— Albert Einstein
Ogni grande cambiamento nella storia dell’umanità è cominciato da un’aspirazione condivisa, da qualcuno che ha avuto il coraggio di dire: “Esiste un modo migliore di stare insieme”. L’aspirazione che muove questo articolo — e questa comunità — è semplice nella sua formulazione e radicale nella sua portata: vogliamo un mondo in cui nessuna donna venga uccisa da chi la ama.
Non è un’utopia. È un obiettivo misurabile, raggiungibile, già realizzato in alcune parti del pianeta che hanno scelto di investire in educazione, cultura della relazione, e welfare. La Spagna, per esempio, dopo l’approvazione della Ley Orgánica del 2004 sulle violenze di genere, ha costruito un sistema integrato di protezione e prevenzione che ha ridotto significativamente i tassi di femminicidio nelle fasce più giovani della popolazione.
L’aspirazione non è un sogno vago: è una mappa. E le mappe, per essere utili, richiedono che qualcuno si prenda la briga di leggerle.
“La speranza non è la convinzione che le cose andranno bene, ma la certezza che le cose hanno senso indipendentemente da come vanno.”
— Václav Havel
Aspirare a un mondo senza femminicidio significa anche aspirare a una cultura dell’ascolto, a relazioni fondate sul rispetto piuttosto che sul possesso, a una mascolinità che non si misuri con il controllo dell’altra persona. Significa educare i bambini — tutti i bambini — che l’amore non si trattiene, non si impone, non si punisce.
Questa aspirazione appartiene a tutti noi: uomini e donne, anziani e giovani, insegnanti e genitori, giornalisti e lettori. Appartiene a chi si iscrive a questa newsletter perché ha capito che non basta leggere le notizie: bisogna capirle, elaborarle, trasformarle in azione.
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P — Problema: i numeri che non dovremmo accettare
“La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare.”
— Charles Darwin
In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2023 sono state uccise 120 donne. Di queste, 96 sono state uccise in ambito familiare o affettivo. Ogni tre giorni, in media, una donna muore per mano di un partner o ex partner. Sono numeri. Dietro ogni numero c’è un nome. Dietro ogni nome ci sono una madre, un padre, degli amici, un futuro che è stato cancellato.
Il femminicidio non è una questione di cronaca nera. È un fenomeno strutturale che affonda le radici in un sistema culturale millenario che ha trattato le donne come proprietà, come oggetti da possedere, da controllare, da punire quando scelgono la libertà. La parola “femminicidio” non è nata per essere politically correct: è nata per chiamare con il suo vero nome un crimine che ha una specificità — il genere della vittima — che non può essere ignorata.
“La banalità del male. Il male non ha mai radici profonde; ha solo radici di superficie. Sfida ogni tentativo di darle sostanza, di andare in profondità.”
— Hannah Arendt
Hannah Arendt ci ha insegnato che il male più pericoloso non è quello compiuto dai mostri, ma quello ordinario, quotidiano, eseguito da persone comuni che non pensano, che non si interrogano, che eseguono ruoli sociali senza mai chiedersi se quei ruoli siano giusti. Il marito che controlla il telefono della moglie, il fidanzato che isola la compagna dalle amiche, l’ex che non accetta il rifiuto: sono figure comuni, non mostri. E proprio per questo sono pericolose.
Il problema non è solo il gesto finale, il colpo di coltello, lo strangolamento. Il problema è il continuum di violenze — psicologiche, economiche, fisiche — che precede quell’atto e che troppo spesso viene ignorato, minimizzato, giustificato. “È gelosia.” “È amore.” “Se n’è andata con un altro.” Queste frasi sono il suono del problema che non viene visto.
E c’è un altro problema, meno visibile ma altrettanto grave: la delega. Delega alla giustizia che arriva tardi. Delega ai politici che promettono e dimenticano. Delega all’algoritmo che ci mostra la notizia dello scandalo e poi la sostituisce con quella successiva. La delega è la forma più raffinata di complicità passiva.
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P — Progetto: come si costruisce una comunità che pensa e protegge
“Non dobbiamo permettere ai nostri valori di diventare le vittime del nostro silenzio.”
— Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace 1986
Un progetto non è uno slogan. È un piano con obiettivi misurabili, responsabilità chiare, tempi definiti. Cosa può fare concretamente una comunità pensante — come quella che stiamo costruendo insieme attraverso questa newsletter — per contribuire alla lotta contro il femminicidio?
Primo: formarsi. La violenza di genere non si capisce leggendo solo i titoli dei giornali. Richiede strumenti — psicologici, sociologici, giuridici — che la scuola spesso non fornisce e che i media semplificano. Ogni persona che dedica un’ora a settimana alla lettura critica, che legge un libro su questi temi invece di scorrere passivamente un feed, diventa un agente di cambiamento culturale.
Secondo: dissentire. Quando assistiamo a comportamenti di controllo, isolamento, violenza verbale — in famiglia, tra amici, nei contesti lavorativi — abbiamo la responsabilità di dissentire. Non per fare i giudici, ma per rompere il silenzio che è l’ossigeno di ogni abuso. “Quello che hai detto non mi sembra rispettoso.” “Hai bisogno di aiuto?” Domande semplici. Effetti profondi.
Terzo: sostenere le strutture. I centri antiviolenza italiani sono sottofinanziati, spesso gestiti dal terzo settore con risorse esigue, sempre in bilico tra sopravvivenza e chiusura. Donare, fare volontariato, segnalarli a chi ne ha bisogno sono atti concreti, non simbolici.
Quarto: non delegare la memoria. Giulia Cecchettin non deve diventare solo un’icona del 25 novembre o dell’8 marzo. Il femminicidio accade ogni giorno, non solo nelle date simboliche. Una comunità pensante tiene viva la memoria tutto l’anno, chiede conto alle istituzioni, misura i progressi — o le regressioni.
“L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo.”
— Nelson Mandela
Il progetto più ambizioso — e più urgente — è quello educativo. Insegnare ai bambini, fin dalla scuola primaria, cosa significa il rispetto reciproco, come si gestisce una delusione sentimentale, come si riconosce una relazione tossica. Non come una materia aggiuntiva, ma come parte integrante della formazione al diventare esseri umani responsabili. Perché Giulia non è morta per caso: è morta in una cultura che non ha saputo insegnare al suo assassino che “no” non è una minaccia ma un diritto.
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O — Opportunità: l’8 marzo come punto di non ritorno
“Non aspettare le circostanze straordinarie per fare del bene; cerca di usare le situazioni ordinarie.”
— Jean Paul Richter
Ogni tragedia porta con sé, nascosta nella sua ombra, un’opportunità di trasformazione. La morte di Giulia Cecchettin ha scosso l’Italia in modo profondo e insolito: non solo dolore, ma rabbia trasformata in analisi. Suo padre Gino, con una lucidità straziante, ha parlato di “cultura del patriarcato”, di “cancerogeni culturali”. Sua sorella Elena, con un coraggio raro, ha detto ciò che molte pensano ma non osano articolare: che non basta punire gli assassini, bisogna cambiare il sistema che li produce.
Questa è l’opportunità: trasformare il lutto collettivo in progetto collettivo. Non lasciare che il clamore mediatico si spenga senza aver prodotto un cambiamento reale. Non aspettare che siano i politici — che rispondono all’urgenza dell’oggi e dimenticano domani — a farlo per noi.
“Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo.”
— Mahatma Gandhi
L’8 marzo è un’opportunità di verifica. Un momento in cui fermarsi a misurare: cosa è cambiato rispetto all’anno scorso? Quante donne sono morte? Quanti processi si sono conclusi? Quante Case rifugio sono state aperte? Quante ore di educazione all’affettività sono entrate nelle scuole? La ricorrenza ha senso solo se diventa uno strumento di accountability, non di consolazione.
Questa è anche l’opportunità per rifiutare due derive ugualmente pericolose: quella della retorica vuota (“Le donne sono forti!”, “Girl power!”) che celebra senza trasformare, e quella della rassegnazione cinica (“È sempre stato così”, “Non cambierà mai”) che paralizza senza proteggere. La via è quella del pensiero critico applicato all’azione concreta.
Le regole fondamentali per la sopravvivenza del genere umano — che questa newsletter ha sempre messo al centro del suo lavoro — si applicano anche qui, in modo preciso: una specie che non protegge i suoi membri più vulnerabili non sopravvive. Una cultura che normalizza la violenza sulle donne si autodistrugge. Non è un discorso morale astratto: è biologia sociale, è evoluzione culturale, è la differenza tra civiltà e barbarie.
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Conclusione: il loro nome, la nostra voce
“In un mondo di menzogna, dire la verità è un atto rivoluzionario.”
— George Orwell
Giulia. Rossella. Maria. Antonella. Fatima. Iolanda. Nomi reali di donne reali, che avevano piani, sogni, una mattina in cui si sono svegliate senza sapere che sarebbe stata l’ultima. La verità rivoluzionaria che dobbiamo continuare a dire — anche quando è scomoda, anche quando disturba il pranzo della domenica, anche quando fa perdere like — è che quelle donne sono morte a causa di un sistema culturale che ha fallito. E che quel sistema siamo anche noi, se scegliamo il silenzio.
Questa newsletter esiste perché crediamo che il pensiero umano — lento, faticoso, imperfetto — sia il più potente strumento di trasformazione che abbiamo. Non l’algoritmo che ci dice cosa pensare. Non il politico che ci dice cosa votare. Non la macchina che elabora dati senza mai chiedersi cosa significano. Noi. Persone che leggono, che si fanno domande, che cercano risposte verificate, che costruiscono insieme una visione del mondo più giusta.
In memoria di Giulia Cecchettin e di tutte le donne che non possono più parlare: la nostra voce si moltiplica. Non si spegne.
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