Il torneo di baskin a Marina di Camerota e la lezione più importante che un campo da gioco possa darci: ragionare insieme, crescere insieme
Sabato 18 aprile 2026 • Marina di Camerota, Palazzetto dello Sport • utile.top
C’è un momento, in ogni partita di baskin, in cui il tempo sembra fermarsi. Un atleta in carrozzina riceve un passaggio, si porta il pallone sul grembo, e con una rotazione del busto lo lancia verso il canestro. Intorno a lui, compagni di squadra normodotati e non, uomini e donne — tutti con lo stesso pallone, tutti con le stesse regole adattate — attendono. Il rumore del cerchio che vibra. L’urlo collettivo. In quel momento non esiste disabilità: esiste solo la squadra.
Questo sabato 18 aprile, dalle ore 10:00 alle 13:00, il Palazzetto dello Sport di Marina di Camerota ospiterà il Torneo di baskin organizzato dall’associazione CilentoInBici ASD, sotto l’egida dell’Ente Italiano Sport Inclusivi (EISI) e con il riconoscimento del Comitato Italiano Paralimpico. Sul parquet si sfideranno quattro realtà campane: Baskinsieme di Bagnoli (NA), Baskin Salerno, Il Sentiero Baskin di Sant’Arsenio e gli atleti locali del Golfo di Policastro Baskin. Un evento sportivo, certo. Ma anche — e soprattutto — un laboratorio di civiltà.
Su utile.top crediamo che ogni esperienza umana possa diventare uno strumento di crescita personale, se la si osserva con gli occhi giusti. Seguendo il metodo APPO — Aspirazione, Problema, Progetto, Opportunità — vogliamo raccontarvi perché questo torneo vale molto più di un trofeo.
A SPIRAZIONE
Il sogno antico di una società senza gradini
L’essere umano aspira, per natura, alla comunità. Non alla coesistenza — che è solo vicinanza fisica — ma alla vera comunità, quella in cui le differenze non vengono cancellate ma valorizzate. Questa aspirazione attraversa i millenni: la ritroviamo in Aristotele, che nella Politica definì l’uomo «animale politico», intendendo con ciò non un frequentatore di palazzi del potere, ma un essere che trova il proprio compimento soltanto nella relazione con gli altri.
| “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose riescono a fare.”— Nelson Mandela, discorso alla cerimonia dei Laureus World Sports Awards, Monaco, 25 maggio 2000 |
Mandela non parlava astrattamente. Aveva vissuto sulla propria pelle la segregazione, la privazione, l’esclusione sistematica. E sapeva che lo sport — quando è praticato nella sua forma più autentica — è una delle poche arene in cui quella privazione può essere rovesciata. Non per magia, ma per scelta collettiva.
L’aspirazione che muove il baskin è esattamente questa: costruire uno spazio in cui la diversità non sia un ostacolo da superare, ma una risorsa da integrare nel progetto comune. Ogni atleta, normodotato o con disabilità fisica o intellettiva, porta alla squadra qualcosa che gli altri non hanno. La squadra vince se impara a vederlo.
In un’epoca in cui il mondo digitale tende a separarci in bolle omogenee, in cui gli algoritmi ci mostrano soltanto ciò che già pensiamo e gli influencer ci vendono stili di vita invece di competenze di vita, un torneo di baskin è quasi un atto di resistenza culturale. È la dimostrazione pratica che la crescita personale non avviene in isolamento, ma nel confronto con l’altro — specialmente quando l’altro è diverso da noi.
P ROBLEMA
Quando la normalità esclude: il prezzo invisibile dell’omologazione
Esiste un problema che raramente viene nominato per quello che è: la tendenza delle nostre società a costruire sistemi pensati per un ipotetico «utente medio» che, di fatto, non esiste. Strade senza scivoli, siti web senza accessibilità, sport con regole che presuppongono un corpo standard. Ogni volta che un sistema viene progettato ignorando chi si discosta dalla norma, non si fa una scelta neutrale: si compie un atto di esclusione.
| “Il problema della nostra epoca non è la differenza. È l’incapacità di immaginare un mondo in cui la differenza sia normale.”— Martha Nussbaum, filosofa, Creare capacità, 2011 |
Martha Nussbaum, con la sua teoria delle «capacità», ci ha insegnato che la giustizia non consiste nel dare a tutti le stesse cose, ma nel garantire a ciascuno le condizioni per fiorire secondo la propria natura. Uno sportivo in carrozzina non ha bisogno che qualcuno giochi peggio per farlo sentire incluso: ha bisogno che le regole del gioco siano progettate in modo da rendere il suo contributo genuinamente necessario.
Ma il problema dell’esclusione non riguarda solo le disabilità fisiche. Riguarda tutte le forme di emarginazione cognitiva e sociale che il mondo digitale ha amplificato. Quante persone — adulti, anziani, giovani in difficoltà scolastica — si sentono escluse da una società che parla sempre più il linguaggio della performance, della velocità, dell’ottimizzazione? Quante delegano le proprie decisioni — politiche, economiche, persino emotive — ad algoritmi, influencer o leader politici, semplicemente perché nessuno ha mai insegnato loro che possono pensare da soli?
| Il baskin: un’invenzione italiana che il mondo ci invidiaIl baskin (da «basket inclusivo») è stato inventato in Italia nel 2003, a Cremona, da Antonio Bodini, ingegnere e padre di una ragazza con disabilità, e Fausto Capellini, insegnante di educazione fisica. È oggi praticato in numerosi paesi europei e riconosciuto dal Comitato Italiano Paralimpico ed è considerato modello di sport inclusivo. Ogni squadra è composta da 6giocatori, di cui almeno uno con disabilità. Ogni giocatore ha un «ruolo personalizzato» che valorizza le sue capacità specifiche. Non esistono categorie separate: si gioca insieme, su un unico campo, con un unico punteggio. |
Il problema, insomma, è doppio: da un lato sistemi che escludono per default chi non rientra nello standard; dall’altro individui che hanno smesso di credere nella propria capacità di ragionare, di scegliere, di incidere sulla realtà. Questi due problemi si alimentano a vicenda, e insieme producono quella che potremmo chiamare «atrofia civica»: una società che non discute, non delibera, non costruisce — ma semplicemente subisce.
P ROGETTO
Il baskin come metodo: regole pensate, non subite
Il baskin è molto più di uno sport adattato. È un sistema di regole progettato intenzionalmente per rendere necessario il contributo di ogni persona. Questo è esattamente l’opposto di ciò che accade nella maggior parte delle organizzazioni sociali, dove le regole vengono ereditate, subite, applicate senza comprensione.
| “Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo. Gli uomini si liberano in comunione.”— Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, 1968 |
La frase di Freire — il grande pedagogista brasiliano che ha dedicato la vita all’educazione dei più vulnerabili — potrebbe essere il motto ufficiale del baskin. Ogni squadra è una comunità in miniatura: c’è chi corre, chi rotola, chi lancia dal basso, chi guida la tattica. Nessuno può vincere da solo. Nessuno è inutile. E — cosa fondamentale — le regole sono state scritte tenendo conto di tutti.
Il torneo di Marina di Camerota del 18 aprile è organizzato da CilentoInBici ASD, un’associazione che da anni lavora per rendere il territorio del Cilento più accessibile, non solo in senso fisico. Al torneo parteciperanno Baskinsieme, Baskin Salerno, Il Sentiero Baskin e Golfo di Policastro Baskin: quattro esperienze diverse, quattro modi di interpretare l’inclusione sul campo. L’evento è riconosciuto dall’Ente Italiano Sport Inclusivi (EISI) e si svolge sotto il patrocinio del Comitato Italiano Paralimpico.
Non si tratta di una manifestazione folkloristica. Si tratta di un laboratorio di competenze civiche. Chi scende in campo in una partita di baskin deve sviluppare capacità che nessun algoritmo può fornire: empatia, tattica (capire come sfruttare al meglio le caratteristiche di un compagno diverso da te), comunicazione adattiva (trovare un linguaggio comune con chi ha esigenze diverse), problem solving creativo (trovare soluzioni che funzionino per tutti, non solo per i più veloci).
| “L’intelligenza è la capacità di adattarsi al cambiamento.”— Stephen Hawking, fisico teorico e cosmologo |
Queste competenze non si imparano sui social media. Non si imparano guardando video motivazionali. Si imparano facendo — in situazioni reali, con persone reali, con regole che richiedono di pensare.
Ed è qui che il metodo APPO, strumento cardine di utile.top, entra in gioco. Il metodo APPO non è una formula magica: è un allenamento del pensiero. Ci chiede di partire dall’Aspirazione (cosa vogliamo davvero?), di nominare il Problema (cosa ci impedisce di arrivarci?), di costruire il Progetto (cosa facciamo, concretamente, adesso?), e di aprire gli occhi sull’Opportunità (cosa possiamo imparare da questa esperienza?). Un torneo di baskin, analizzato con questo metodo, smette di essere semplicemente «un evento sportivo» e diventa una mappa per la vita.
O PPORTUNITÀ
Cosa possiamo imparare da un passaggio tra compagni diversi
L’opportunità che un evento come il torneo di Marina di Camerota offre è, in prima battuta, sportiva e territoriale. Il Cilento — patrimonio UNESCO per la sua dieta, la sua natura, la sua storia — ha l’occasione di affermarsi anche come territorio di eccellenza nell’inclusione sociale. CilentoInBici ASD e le associazioni partecipanti stanno costruendo qualcosa che va ben oltre il parquet: una rete di persone che credono nella forza della comunità come strumento di trasformazione.
| “La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare.”— Albert Einstein, fisico, Premio Nobel per la Fisica 1921 |
Ma l’opportunità più profonda è quella che riguarda ciascuno di noi, indipendentemente dal fatto che domenica saremo sulle tribune del Palazzetto o davanti a uno schermo. Il baskin ci ricorda che le regole non sono sacre: possono essere ridisegnate. Le limitazioni non sono definitive: possono essere aggirate con la creatività. La diversità non è un problema: è la materia prima della soluzione.
Su utile.top lavoriamo ogni giorno perché queste intuizioni diventino competenze pratiche per chiunque voglia utilizzare il mondo digitale non come una prigione di consumo passivo, ma come un amplificatore di crescita personale. Il digitale non è il nemico: è uno strumento. Come un campo da basket, può essere un luogo di esclusione o di inclusione, a seconda di come decidiamo di usarlo.
| “Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è un oceano.”— Isaac Newton, fisico e matematico |
Questa umiltà epistemica — la consapevolezza che ciò che sappiamo è sempre parziale — è esattamente la disposizione mentale che il baskin allena. Un atleta normodotato che gioca con un compagno in carrozzina impara, in modo incarnato e non astratto, che il proprio punto di vista è limitato. Che ci sono modi di muoversi nel mondo che non ha mai considerato. Che la soluzione migliore spesso viene da chi ha dovuto trovare soluzioni alternative per tutta la vita.
Questa è la vera opportunità del 18 aprile: non solo guardare una bella partita di sport inclusivo, ma chiedersi — ognuno di noi — dove stiamo escludendo qualcuno nei nostri contesti quotidiani. Nella nostra famiglia, nel nostro lavoro, nella nostra comunità digitale. E decidere, consapevolmente, di riprogettare le regole.
Allenare la mente per abitare il mondo
C’è una frase che amiamo citare su utile.top, tratta non da un filosofo ma dall’esperienza quotidiana di migliaia di persone che hanno scelto di smettere di delegare e di iniziare a ragionare: «La mente che non si allena non governa nulla, nemmeno se stessa».
La crescita personale, nell’era digitale, non è un lusso per pochi privilegiati. È una necessità collettiva. Una società in cui le persone non sanno ragionare criticamente è una società vulnerabile: vulnerabile alla propaganda, alla manipolazione algoritmica, alla demagogia. Il metodo APPO, che su utile.top insegniamo e pratichiamo, è uno strumento per chiunque — non richiede una laurea, non richiede un background speciale, richiede soltanto la disponibilità a pensare, un passo alla volta.
| “La vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nell’avere nuovi occhi.”— Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto |
Vedere una partita di baskin con occhi nuovi significa vedere in ogni passaggio tra compagni diversi la metafora di una società che funziona. Significa riconoscere che l’integrazione non è un sacrificio che la maggioranza fa per la minoranza: è un arricchimento reciproco, una moltiplicazione di possibilità.
Significa, in ultima analisi, capire che il primo campo in cui dobbiamo allenare l’inclusione è la nostra mente. Una mente aperta, curiosa, capace di stare nel conflitto senza fuggire e nella differenza senza escludere, è il fondamento di ogni comunità pensante.
E una comunità pensante — fatta di persone che non delegano ai politici le decisioni fondamentali per il pianeta, che non affidano agli algoritmi la costruzione del proprio immaginario, che si prendono la responsabilità di ragionare da soli e insieme — è l’unica risposta alle grandi sfide del nostro tempo: il cambiamento climatico, le disuguaglianze, le crisi democratiche.
Il torneo di Marina di Camerota inizia sabato mattina alle dieci. Ma l’allenamento più importante inizia adesso, dentro di noi.
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Note e riferimenti
• Nelson Mandela, discorso ai Laureus World Sports Awards, Monaco, 25 maggio 2000.
• Martha Nussbaum, Creare capacità. L’approccio dello sviluppo umano, il Mulino, 2012.
• Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, Mondadori, 1971 (ed. or. 1968).
• Stephen Hawking, citazione frequentemente attribuita in interviste e testi divulgativi.
• Marcel Proust, La prigioniera (vol. V di Alla ricerca del tempo perduto), Gallimard, 1923.
• Baskin: storia e regole ufficiali su www.baskin.it e www.eisi.it
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