Le locandine generate con l’intelligenza artificiale si riconoscono da tre segnali: le scritte deformate, le mani e i volti sbagliati, lo sfondo così ricco da soffocare l’informazione. Il difetto non sta nello strumento, sta nella gerarchia: chi passa davanti deve capire cosa, quando e dove in tre secondi. Quando questo non accade, è locandume.
C’è un momento preciso in cui te ne accorgi. Sei fermo davanti alla bacheca del bar, oppure stai scorrendo il gruppo WhatsApp del paese, e arriva la locandina della sagra. Cielo dorato, castagne lucide come gioielli, una signora sorridente con sei dita, e in mezzo una scritta che dovrebbe dire “Sagra della Castagna” e invece dice qualcosa tipo SAGRRA DELLA CASTGNA.
Nessuno commenta. Qualcuno mette il pollice in su. E la data, l’unica informazione per cui quel foglio esiste, sta piccola in basso a destra, sopra un arancione che se la mangia viva.
Non è una questione di gusto. È informazione che non arriva a destinazione. E siccome succede ogni settimana, in ogni paese, in ogni palestra e in ogni teatro parrocchiale, abbiamo deciso di dargli un nome: alle cose senza nome non si riesce a opporsi.
Perché le locandine fatte con l’AI si riconoscono a dieci metri?
Perché tradiscono sempre gli stessi tre punti: il testo, le mani, il rumore di fondo. Sono difetti tecnici noti, e chi genera immagini lo sa: i modelli disegnano lettere come se fossero decorazioni, non come segni che devono significare qualcosa.
Il risultato è la “scritta che sembra italiano ma non lo è”: doppie che compaiono dal nulla, accenti sbagliati, una A che diventa un ideogramma. Nella locandina di un evento è il danno più grave, perché il nome dell’evento è il motivo per cui la locandina esiste.
Il secondo segnale sono le mani e i volti in secondo piano: dita in più, sorrisi che si fondono, occhi che guardano due direzioni diverse. Il terzo è il più subdolo, ed è quello che nessuno nomina: l’iper-dettaglio. Ogni superficie è lucida, ogni foglia è a fuoco, ogni angolo è pieno.
Ed è qui che casca il ragionamento che sentiamo più spesso: “l’intelligenza artificiale non sa disegnare”. Falso. Disegna benissimo. Quello che non sa fare è decidere cosa deve essere letto per primo. Una locandina non è un’illustrazione: è una gerarchia. Titolo, data, luogo, tutto il resto. In quest’ordine, con quel peso.
Bruno Munari lo aveva riassunto quarant’anni prima che esistesse un generatore di immagini: “Complicare è facile, semplificare è difficile” (Verbale scritto, Il Melangolo, 1992). Aggiungere colori, forme, decorazioni e ambienti pieni di cose è alla portata di chiunque; togliere richiede sapere cosa togliere. I modelli generativi sono macchine per aggiungere. Il mestiere, invece, sta tutto nel togliere.
Che il fenomeno abbia superato la soglia della percezione collettiva lo dice il vocabolario: a dicembre 2025 il dizionario americano Merriam-Webster ha eletto slop parola dell’anno, definendola come contenuto digitale di bassa qualità prodotto in quantità dall’intelligenza artificiale. Lo stesso anno il Macquarie australiano ha scelto AI slop. Due dizionari, due continenti, la stessa stanchezza.
In italiano però slop non morde. Ci serviva una parola nostra, che si potesse dire ad alta voce in un bar.
Come si chiama una locandina brutta generata dall’AI?
Locandume. Sostantivo maschile, da locandina più il suffisso -ume, lo stesso di sudiciume, marciume, lordume. Indica una locandina generata in fretta con l’intelligenza artificiale, illeggibile o priva di gerarchia, in cui l’immagine ha divorato l’informazione.
Si usa da sola, come un timbro. Sotto il post, nei commenti, nel gruppo: «Locandume.» Punto. Non serve spiegare, ed è esattamente questo il punto: una parola che chiude una discussione prima che diventi una lite sul gusto personale.
Ha però una regola d’uso, e su questa non transigiamo. Il locandume si attribuisce alla locandina, mai alla persona. Chi ha fatto quel manifesto è quasi sempre un volontario che ci ha messo mezz’ora dopo il lavoro, non un nemico della bellezza. Se la parola diventa un modo per umiliare qualcuno, ha fallito. Se diventa il modo in cui una pro loco capisce che deve rifarla, ha funzionato.
Chi ci segue su [NOME SITO] sa che non ci piacciono le crociate: qui si smontano le immagini che ci passano davanti tutti i giorni, si capisce come sono fatte e si rimettono insieme meglio. Il locandume è un’unità di misura, non un insulto.
Il manifesto in sette punti contro il locandume
Stampalo, attaccalo dove si decidono le locandine, applicalo prima di pubblicare. Vale per una sagra come per un concerto in un club da duecento posti.
Manifesto contro il locandume
- Prima l’informazione, poi l’immagine. Nome, data, ora, luogo, prezzo. Se ne manca uno, quella locandina non esiste ancora.
- Una sola cosa può essere grande. Se tutto grida, non si sente niente. Scegli l’elemento che il lettore deve portarsi a casa e sacrifica gli altri.
- Il testo non si genera: si scrive. Ogni parola dentro l’immagine va composta a mano, con un font vero, dopo la generazione. Nessuna eccezione.
- Se lo sfondo è più interessante del titolo, lo sfondo ha vinto e tu hai perso. Sfoca, scurisci, svuota: il compito dello sfondo è far leggere.
- Niente mani, niente folle, niente volti in primo piano se non hai il tempo di controllarli pixel per pixel.
- Dichiara l’AI. Chi la usa e lo scrive è onesto. Chi la usa e lo nasconde produce locandume due volte.
- Il test dei tre metri e dei tre secondi. Stampala in A4, attaccala al muro, allontanati di tre passi e guardala per tre secondi. Se non leggi cosa, quando e dove, torna indietro.
Il settimo punto è quello che ci ha risparmiato più figuracce. Funziona perché riproduce le condizioni reali: nessuno legge una locandina a venti centimetri dagli occhi con calma. La si guarda passando, di lato, mentre si parcheggia.
Quindi l’intelligenza artificiale non va usata per le locandine?
Va usata dove è brava e tenuta lontana da dove è disastrosa. La divisione è netta e la usiamo tutti i giorni.
L’AI lavora bene sugli sfondi astratti, sulle texture, sui fondali fuori fuoco, sulle prove di palette, sui mockup da mostrare al comitato prima di decidere. Lavora male, e spesso malissimo, su testo, loghi, marchi, mani, folle, architetture riconoscibili e qualsiasi cosa debba essere fedele alla realtà.
Il metodo che consigliamo è banale e nessuno lo fa: genera solo lo sfondo, portalo in un programma di impaginazione — va bene anche Canva, va meglio Inkscape o Affinity — e scrivi lì sopra tutto il testo, con un font che hai scelto tu. Dieci minuti in più. Zero locandume.
Se ti serve la parte noiosa ma decisiva, abbiamo già scritto come si costruisce la gerarchia in un poster e quali sono i font gratuiti che puoi davvero usare senza rischi.
Quanto costa farla fare a una persona?
Meno di quello che immagina chi non l’ha mai chiesto, ma non esiste un tariffario ufficiale e chiunque ti dia una cifra secca sta improvvisando. Per una locandina di evento locale, dalle richieste che circolano tra grafici freelance italiani, si ragiona indicativamente sull’ordine delle poche decine o del centinaio di euro a seconda di esperienza, urgenza e numero di declinazioni: prendilo come ordine di grandezza, non come prezzo.
Il conto vero però è un altro. Una locandina illeggibile ti costa le persone che non sono venute perché non hanno capito quando era. Quel numero non lo vedi mai, ed è il motivo per cui il locandume prospera indisturbato.
C’è anche il rovescio positivo, ed è l’occasione che ci interessa di più: in ogni paese c’è spazio libero per quello che fa le locandine giuste. Basta rispettare sette punti per diventare, in due stagioni, la persona a cui tutti chiedono il volantino. Non serve un master. Serve togliere.
Prima di stampare, comunque, dai un’occhiata a cosa chiedere in tipografia: metà dei disastri nasce lì, non nel generatore.
Domande veloci sul locandume
L’AI riesce a scrivere il testo correttamente in una locandina?
Sempre meglio rispetto a due anni fa, ma non in modo affidabile, soprattutto con parole italiane lunghe, nomi propri e date. Anche quando il testo esce giusto, il font è scelto dal modello e non da te. Genera l’immagine, scrivi tu le parole sopra: è l’unico modo per avere un risultato controllato.
Devo dichiarare che una locandina è stata fatta con l’intelligenza artificiale?
Le norme europee sulla trasparenza dei contenuti generati sono in fase di applicazione progressiva e riguardano soprattutto piattaforme e fornitori, non il volantino della sagra. Per una locandina di paese consideralo per ora un fatto di onestà: una riga piccola in fondo basta e avanza, e in genere il pubblico la apprezza.
Quali dimensioni deve avere una locandina?
Per la bacheca del bar l’A3 (297×420 mm) è il formato che si legge da lontano restando economico; l’A4 va bene per gli interni. Per i social prepara una versione verticale separata: ritagliare l’A3 per Instagram taglia sempre via qualcosa di importante, di solito la data.
Posso usare commercialmente un’immagine generata dall’AI?
Dipende dalla piattaforma che usi e dal piano che hai sottoscritto: le condizioni cambiano spesso, quindi vanno lette al momento. Sul piano del diritto d’autore la questione di chi possa vantare diritti su un’immagine puramente generata è ancora dibattuta in Italia e altrove. Se l’evento è a pagamento, verifica prima.
Come segnalo una locandina brutta senza offendere nessuno?
Scrivi la parola e offri una mano nello stesso messaggio. «Locandume, ma la data si sistema in due minuti: te la rifaccio?» funziona nove volte su dieci. Il timbro serve a fermare la pubblicazione, non a chiudere la conversazione. Chi lo usa solo per ridere sta facendo un altro sport.
Una parola, e poi tocca a te
La bruttezza di queste locandine non è un difetto estetico: è una rinuncia. È il momento in cui qualcuno decide che l’evento non merita i dieci minuti necessari a far leggere una data. L’intelligenza artificiale non ha causato quella rinuncia, l’ha solo resa gratuita e istantanea.
Per questo serve una parola. Le parole fermano le mani un secondo prima del clic su “pubblica”, e un secondo è tutto quello che serve.
Questo articolo apre Occhio Storto, la rubrica di [NOME SITO] che ogni primo giovedì del mese smonta un’immagine che ci passa davanti senza che la guardiamo davvero. Il prossimo appuntamento è già in lavorazione e si intitola «Bollettino del Locandume #1: le dieci peggiori locandine che ci avete mandato» — con la versione corretta di ognuna, fatta in dieci minuti sotto i vostri occhi.
Se vuoi mandarci la tua candidata, o ricevere il manifesto già impaginato in A4 da attaccare in sede, il canale è il gruppo WhatsApp di [NOME SITO]: lì arrivano prima le segnalazioni, i modelli pronti e la rubrica, senza passare dagli algoritmi dei social. Iscriviti per non perderti il Bollettino e i template gratuiti che pubblichiamo insieme a ogni puntata.
E adesso la domanda per te: qual è la locandina più brutta che hai visto quest’anno nel tuo paese? Scrivilo nei commenti, e se te la ricordi ancora a distanza di mesi, chiediti perché.
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